“Esprimere se stessi anche in un ambiente professionale”

“Esprimere se stessi anche in un ambiente professionale”

Dagli inizi fino al suo primo salone, l’imprenditrice Michela Terenzi si racconta. “Siamo il frutto del nostro vissuto”

Lo stile urbano-minimalista che abbraccia il legno intagliato a mano, le radici da cui proviene; la formazione continua e le tecniche innovative senza mai dimenticare da dove è partita; sguardo pulito, sorriso solare e maniche rimboccate, tutti segni di chi non comanda ma collabora con il proprio staff. Michela Terenzi ha scelto di metterci l’anima, decidendo di essere se stessa fino in fondo anche sul lavoro. Il suo negozio, MT Parrucchieri, esprime il suo percorso professionale e personale senza rinnegare nulla ma, al contrario, ringraziando la vita per le esperienze che le ha donato. Norciaonline ha voluto incontrare questa giovane imprenditrice, che ha scelto di vivere la propria professionalità in maniera originale.

Michela, quanti anni sono che ti occupi delle teste nursine? “Ho cominciato questo lavoro qui a Norcia, nel 2004, con Valeria e Carla Marinelli. Mi ero appena diplomata e facevo un altro lavoro, ma sentivo che il mio futuro era questo, così sono andata da Valeria e le ho detto che volevo imparare. Già dopo neanche una settimana ho capito che sarebbe stato il lavoro della mia vita e non l’ho più lasciato. Con Valeria ho trascorso 19 anni, inizialmente come dipendente e poi come socia”.

Poi ciascuno ha preso la sua strada. “Sì, a un certo punto è arrivato il momento di fare scelte diverse. Prima o poi questo accade, per una serie di ragioni: l’età diversa, le aspettative di crescita diverse, sia personali che professionali. Maturando mi sono costruita il mio modello di attività”.

E oggi eccoci qua. “Sì, a marzo saranno due anni dall’apertura dell’attività, e ringrazio di aver preso questa decisione. Tutti facciamo sacrifici enormi, non soltanto io, però quando entro in negozio vedo l’espressione di me stessa sul mio lavoro e questo mi aiuta a vivere meglio sotto tutti gli aspetti, anche a casa”.

Dove ti aspettano due ragazze… (sorride) Sì, Annalisa di 12 anni e Sofia di 9”.

La tua idea di salone. “Il mio salone deve essere un luogo in cui ci si sente a casa, ma sempre con un alto livello di professionalità ed educazione. Chi entra qui deve sentirsi considerato, visto, ascoltato… Certamente c’è il servizio sui capelli, ma non è soltanto quello. Molte persone entrano qui perché stanno vivendo un momento strano o una giornata storta: poi al momento di uscire ci ringraziano perché avevano bisogno esattamente di un po’ di cura”.

Come dice la frase della Loren che riporti nel tuo sito: “Se hai un brutto giorno, fatti i capelli”. “E’ proprio così, mi rendo conto che una buona parte delle persone va dal parrucchiere non solo per i capelli, ma per qualcosa che va oltre. Il contatto, la disponibilità che dai, il tempo che dedichi alla persona… Specialmente adesso, in questo periodo in cui nessuno dedica più tempo all’altro, ricevere cura e attenzione significa sentirsi riconosciuti, importanti. Una signora mi ha raccontato che quando il marito le domanda se va a farsi i capelli lei gli risponde: ‘No, mi vado a rilassare, vado a prendermi il mio tempo’. Il contatto stesso delle mani sulla testa delle persone stabilisce uno scambio emotivo: si instaura un legame che va molto al di là del taglio o della piega”.

Immagino sia alto il rischio di assorbire le emozioni di chi si sta servendo… “Eh sì, soprattutto per una persona molto emotiva come me. Sono fin troppo empatica, rischio di portarmi a casa un carico emotivo che non è il mio. Ma anche questo si impara con l’esperienza e la formazione. Siamo spesso visti come confidenti, ma se la viviamo in un certo modo il rischio è di somatizzare tutto ciò che ci piove addosso. Col tempo ho imparato a gestire i carichi emotivi che ricevo, senza per questo mancare di cura”.

Insomma: professionalità, cura, ascolto. “Sì, la mia idea di salone è questa. È ciò che cerco di trasmettere anche allo staff: Marco – che è con me da anni ed è responsabile della zona uomo, Jessica – con noi da quasi due anni, e da qualche settimana Giorgia”.

Allora parliamo un po’ dei tuoi dipendenti… (ride) Non ho dipendenti! La mia è una ditta individuale, tutti sono collaboratori. Non c’è il capo, non si dettano regole. E’ una collaborazione, tutti serviamo a tutti e tutti possiamo imparare da tutti. Un conto è aprire un salone moderno dal punto di vista estetico, altra cosa è farlo come lo intendiamo noi. Il clima che si è creato è piacevole tanto per noi quanto per i nostri clienti: fondamentale è la formazione professionale, alla quale tengo particolarmente e che tutti e quattro svolgiamo con costanza”.

Parliamone. “Facciamo formazione sia interna sia esterna. Proprio quest’anno ho affrontato un percorso di sei mesi di formazione a Roma, da gennaio a luglio, all’accademia Master Beauty University. Eravamo 15 parrucchieri selezionati da tutta Italia: ci hanno formato per il red carpet, infatti a settembre siamo andati alla Mostra del Cinema di Venezia e poi, a ottobre, a Roma per il Festival del Cinema. E’ stato un momento di grande crescita professionale, un’esperienza stupenda sotto tutti i punti di vista”.

Dopo il sisma e la pandemia le idee imprenditoriali ricominciano a brillare. “Penso che noi tutti, qui, abbiamo una vita prima e una vita dopo il terremoto. Dovremmo un po’ scrollarcelo dalla testa, ma come si fa? Il terremoto è una condizione dell’animo. Al di là del trambusto iniziale, lavora negli anni. Ecco perché, a maggior ragione, è bene muoversi giorno per giorno, con progetti concreti che posso godermi quotidianamente, altrimenti si rischia di pensare troppo in grande e di finire col rimandare di continuo. E poi, proprio dal terremoto ho imparato che la vita fa giri strani ma le energie prima o poi tornano”.

Ho l’impressione che tu voglia raccontarmi qualcosa. “Le vite fanno strani giri, e con esse l’energia. Quando c’è stato il terremoto, nel 2016, siamo andati qualche giorno a Castiglione del Lago e lì ho conosciuto Nello, un collega che poi mi ha aiutato a ricominciare insieme alla collaborazione con la cooperativa Caarp di Settevalli. Grazie a loro ho potuto prendere tutta l’attrezzatura necessaria a rimettere in piedi l’attività. Il dramma del sisma mi ha insegnato la fiducia delle persone. E poi…”.

Poi? “Poi un giorno sono andata in coop ed è entrato proprio Nello, quel collega che mi aveva aiutato inizialmente. Ci siamo ritrovati e abbracciati, poi siamo entrati nell’ufficio dell’amministratore, Edoardo, che non sapeva come mai ci conoscessimo. Dopo il racconto, Edoardo ha mostrato una cicatrice sul braccio che si era procurato cuocendo la carne proprio per i nursini terremotati, in arrivo sui pullman, mentre operava per la protezione civile. Eccoli, i giri che fa l’energia… (gli occhi lucidi tradiscono un’emozione che solo chi ha vissuto un dramma come quello del sisma può comprendere)”.

Entrando nel salone salta subito agli occhi gli stili diversi che si fondono tra loro. “Hai ragione. Ho cercato di mettere insieme innovazione e tradizione. Per me è come andare avanti senza però dimenticare chi sei. Per esempio, il ceppo di quercia che fa da portaoggetti e il lampadario di legno sono pezzi realizzati da mio fratello e mio padre. Quanto alla botte, poi, che ospita il lavabo nella sala da uomo, mio nonno aveva una piccola vigna a Piandoli… Una parte di lui mi fa compagnia mentre lavoriamo, con tutta la sua memoria, i suoi fori di tarlo, il suo vissuto”.

Qui c’è la tua storia. E quando dici che è giusto andare avanti senza dimenticare da dove provieni, credo tu ti riferisca sia alla tua famiglia sia alla tua professione. “E’ così. Il mio percorso è grato ad ogni singolo passaggio, ad ogni singola persona che ho incontrato. Se mi guardo indietro rifarei tutto, passo dopo passo. Credo sia questa la mia forza più grande. Ogni scelta, anche ogni errore. Inutile ragionare col senno di poi: io sono il frutto di ciò che ho vissuto e ne vado orgogliosa”.

Daniele Ubaldi

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