Il sisma è uno stato dell’anima
A dieci anni dal terremoto del 30 ottobre 2016, Norcia celebra la ricorrenza mentre il “sistema Italia” non sempre aiuta la ricostruzione. Le vittime di una calamità non muoiono necessariamente il giorno stesso dell’evento
Dieci anni. Tanto è passato dal 30 ottobre 2016, quando la città si svegliò bruscamente dal suo torpore domenicale sciroccoso, scossa nelle fondamenta da una devastante scarica di terremoto. Crollò un po’ tutto, a cominciare dalla Basilica di San Benedetto per finire con le residue certezze della gente, ancora sconvolta dal sisma di Amatrice del precedente 24 agosto. Gli elicotteri, le televisioni, i pullman per portare via la gente, la protezione civile, le pastoie burocratiche che rendevano difficile persino soccorrere… Ricordiamo tutto, oggi e sempre, così come ricordiamo bene quanto la gente di Norcia sia dura e in grado di rialzarsi, come tuttora sta facendo con orgoglio e tra mille difficoltà.
Da qualche anno, finalmente, e nonostante il “sistema Italia” faccia di tutto per complicare le cose, la ricostruzione è partita e viaggia a un ritmo discreto. Si inaugurano palazzi pubblici, chiese, luoghi di cultura. Anche la sanità ritrova un minimo di dignitoso decoro, malgrado il disegno nazionale di privatizzarla che è comune alle forze di tutto l’arco costituzionale.
Tuttavia, proprio in questa giornata di celebrazioni, il mio pensiero non può non andare alle tante, tantissime vittime di questo sisma: gente che non figura tra i morti sotto le macerie – per fortuna, qui a Norcia non ce ne sono stati – ma che è stata abbandonata da uno Stato sociale che non esiste.
Penso alle decine, alle centinaia di amici, compagni, conoscenti che si sono lasciati morire di mal di vivere, oppure che si sono ammalati di mali orribili e inguaribili per via dell’incuria morale nella quale Norcia è stata lasciata per tanti, troppi anni. Penso all’assoluta mancanza di assistenza psicologica e psico-emotiva da parte del “sistema Italia”, che ha liquidato la questione – Regione Umbria in primis – con i contributi Cas “e non ne voglio sapere più niente”, senza cura verso coloro i quali erano stati strappati dalla propria storia, dalle proprie abitudini e radici… Senza attenzioni, senza umanità. Penso ai più fragili. Penso ai vecchietti dell’Apsp Fusconi Lombrici Renzi, 17 dei quali sono morti lontano, senza poter più fare ritorno a casa mentre la struttura che un giorno li ospiterà è ancora lì, a terra.
Penso al presente e al futuro di Norcia: penso alla sua scuola, ferma ancora “al caro amico” per i blocchi e i rimpalli burocratici, 22 milioni di cantiere che è appena ripartito grazie al subentro di una nuova ditta di Palermo che, si spera, potrà consegnare il polo scolastico entro tempi consoni rispetto al prossimo terremoto… E’ vero che il “sistema Norcia” – grazie in eterno al sindaco Novelli – ha permesso di affrontare la catastrofe senza nessuno che morisse sotto il proprio tetto: ma è anche vero che il computo delle vittime di un evento calamitoso non può limitarsi alle ore immediatamente successive all’evento stesso. Il sisma è una condizione dell’anima, che diventa permanente e scava nel profondo, fino a uccidere, se non si ricevono gli aiuti necessari da parte di chi dovrebbe farti sentire parte di un qualcosa di più grande.
Insomma, ci sono le luci oggi da celebrare, ma non si possono dimenticare le tante ombre, tetre, che questa comunità ha subìto e continua a subire da parte delle istituzioni, spesso brave a mettere il faccione davanti alla telecamera salvo poi, a luci spente, dimenticarsi di una ferita che ancora sanguina nelle coscienze di ciascuno.





